Intervista allo storico dell’arte e critico Gabriele Romeo a cura della direttrice Carmelita Brunetti
Lo storico e critico d’arte Gabriele Romeo, il 30 aprile 2025, è stato insignito dal Ministero della Cultura della Repubblica Francese del titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres, con fregio autorizzato dal MAECI ai sensi dell’art. 7 della Legge n. 178 del 3 marzo 1951. La ministra della Cultura, Rachida Dati, ha sottolineato il suo impegno nel servizio alla cultura, nella sua diffusione e nella sua promozione. In questa intervista ci parlerà di alcuni dei suoi progetti, sia a livello nazionale sia internazionale.
Può raccontarci il suo approccio didattico come titolare della cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino? E, allo stesso tempo, come declina questo metodo nell’insegnamento di Fenomenologia degli Stili per il Biennio PAI in Fashion Design e nei corsi di Letteratura e illustrazione per l’infanzia rivolti alle Scuole di Grafica e di Didattica dell’Arte?
Tra il 2017 e il 2018 avviai una ricerca che culminò nella mia prima pubblicazione, edita da Skira e intitolata Dallo stile alla neutralizzazione, dedicata a una fenomenologia applicata alle arti visive. Si tratta di un volume bilingue, concepito come un piccolo abbecedario da me scritto e illustrato, nel quale ho scelto di analizzare anche visivamente — attraverso l’uso del disegno — numerose comparazioni tra artisti moderni e contemporanei. Ho costruito confronti visivi capaci di mettere in relazione “l’arte prossima” e “l’arte lontana”: da Paolo Uccello a Marino Marini, da KAWS a Damien Hirst, da Ai Weiwei, Vito Acconci a molti altri protagonisti dell’arte contemporanea internazionale.
Ancora oggi, attraverso quella che definisco la “traccia grafica del disegno”, elaboro casi studio che mi permettono di approfondire aspetti che la sola parola non riesce a restituire nell’immediatezza o nella loro piena complessità. Lavorare a questa pubblicazione — un impegno durato circa due anni — è stato per me particolarmente significativo, perché mi ha portato a coniugare analisi critica e dimostrazione visiva, ricreando un dialogo consapevole tra testo e immagine. Sono stato inoltre onorato di ricevere la prefazione di Mark Gisbourne, e di vedere il volume pubblicato in doppia edizione, italiana e inglese.
Questo approccio, che intreccia osservazione critica ed esplorazione iconografica, informa in modo sostanziale anche la mia pratica didattica. Analizzare dal punto di vista semantico e sociale, ad esempio, le dinamiche della moda attraverso lo stile di Virgil Abloh con gli studenti del Biennio di Fashion Design — in riferimento anche alla recente mostra Codex al Grand Palais di Parigi — oppure approfondire le illustrazioni di Walter Crane per il corso di Letteratura e illustrazione dell’infanzia, sono esercizi che introduco in aula come strumenti concreti di ricerca. Questo metodo, deliberatamente eclettico e trasversale, mira a coinvolgere ogni studente nella sua individualità, stimolandone la curiosità e orientandolo verso un atteggiamento investigativo, attento e critico.
Il 9 novembre, a proposito della sua partecipazione alla mostra curata da Stephen e Meredith Copland a Conzano, potrebbe raccontarci il suo caso studio “Hemorrhages of Pain”, presentato al MASA (Migration As Art Museum) su invito dei curatori, nell’ambito della rassegna “Patrimony / Heritage”, promossa sotto il patrocinio dell’Ambasciata Australiana in Italia?
In “Hemorrhages of Pain” ho analizzato le opere di tre artisti contemporanei: Shirin Neshat, Malak Mattar e Anish Kapoor. Nonostante le differenze di origine, generazione e medium, questi artisti condividono una tensione interna comune: una resistenza poetica contro le strutture oppressive della società contemporanea.
Shirin Neshat ritrae una donna velata che tiene in braccio un bambino, il cui corpo porta ferite ornamentali. Accosta queste immagini alla dichiarazione: “È tempo di chiamare ciò che sta accadendo alle ragazze e alle donne in Afghanistan e in Iran con il suo vero nome: apartheid di genere.” In questo caso, il dolore diventa un’estetica della resistenza e la donna velata un manifesto di soggettività privata.
Malak Mattar, attraverso opere come un orsacchiotto impiccato, racconta il trauma invisibile di Gaza. L’oggetto simbolico diventa una sorta di architettura dell’assenza: assenza di empatia, di riconoscimento, di protezione. Le sue parole accompagnano l’immagine: “Il genocidio non era visibile. Quello che stava passando la mia famiglia non era riconosciuto…”
Anish Kapoor, in collaborazione con Greenpeace, trasforma una piattaforma di gas nel Mare del Nord in un urlo visivo contro la crisi climatica. Il pigmento rosso scorre come una ferita aperta sul paesaggio industriale, esponendo la politica dell’indifferenza.
Insieme, questi artisti rendono visibile l’invisibile, trasformando il dolore in materia simbolica e politica. Il mio studio si propone come una diagnosi lucida di un mondo che continua a sanguinare sotto strati di silenzio, interrogando lo spettatore sul ruolo dell’arte nel rappresentare sofferenza e resistenza.
In che modo la sua nomina a Presidente di AICA Italia ha influenzato il panorama della critica d’arte contemporanea negli ultimi anni?
Non considero compito del Presidente di AICA Italia quello di influenzare la critica d’arte contemporanea. Il mio, il ruolo di tutti i membri è piuttosto quello di essere un punto di ascolto, di confronto e di discussione tra gli operatori della critica che credono nel dialogo come forma costruttiva del presente. Da un lato c’è l’artista e dall’altro spesso si colloca il curatore o il mercante; in mezzo, il lavoro della critica — o del critico — consiste nell’esaminare le ragioni dell’atto artistico al di là del piacere, dell’estetica o degli aspetti tecnici. In questo senso, il compito dell’associazione è mantenere vivo e vigile il metro del giudizio e della ricerca sulle opere prodotte dagli artisti, sostenendo un dibattito serio e consapevole.
Può raccontarci quali sono stati gli elementi distintivi e le scelte curatoriali che hanno caratterizzato la partecipazione ufficiale del Padiglione Bolivia alla 57ª Biennale di Venezia?
L’edizione generale della 57ª Biennale Internazionale, curata da Christine Macel, si intitolava Viva l’Arte Viva, espressione entusiasta della posizione dell’artista contemporaneo. Partendo da questo concetto, ho ideato la mostra boliviana ponendo l’accento sull’atto artistico come forma di resistenza umanistica. L’arte diventa così un gesto che si oppone al condizionamento del potere, in particolare a quello economico, che rischia di comprimere l’espressione libera e diversificata, insieme all’identità di culture e idee molteplici.
Da questa prospettiva, in cui l’arte è intesa come una scommessa fondata sull’umanesimo, si raggiunge il cuore di ciò che muove il fare artistico: la ricerca di ciò che significa essere pienamente uomo tra gli uomini e la volontà di comprendere e difendere le ragioni per cui possiamo restare tali, nella libertà. L’“Essenza” diventa quindi un concetto da trovare e proteggere attraverso gli strumenti e il linguaggio dell’arte contemporanea, con una particolare urgenza nelle regioni latinoamericane come la Bolivia, dove molti valori consumistici occidentali si sono profondamente intrecciati con la vita quotidiana della popolazione.
Per questo progetto ho avuto il piacere di collaborare con Juan Fabbri, curatore e antropologo boliviano di grande talento, le cui origini affiorano in Italia. La sua prospettiva antropologica e la sua conoscenza del contesto culturale boliviano hanno arricchito la curatela, permettendoci di costruire una mostra che fosse al tempo stesso rigorosa e capace di trasmettere la vitalità, la complessità e la resilienza dell’arte contemporanea boliviana.

Interview with art historian and critic Gabriele Romeo, curated by director Carmelita Brunetti
On April 30, 2025, art historian and critic Gabriele Romeo was awarded the title of Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres by the French Ministry of Culture, with the insignia authorized by the Italian Ministry of Foreign Affairs pursuant to Article 7 of Law no. 178 of March 3, 1951. The French Minister of Culture, Rachida Dati, highlighted his commitment to serving culture, its dissemination and promotion. In this interview, he speaks about some of his projects, both at a national and international level.
Can you describe your teaching approach as Chair of Phenomenology of Contemporary Arts at the Albertina Academy of Fine Arts in Turin? And how do you apply this method to the teaching of Phenomenology of Styles for the PAI Master’s Degree in Fashion Design, as well as to courses in Children’s Literature and Illustration for the Schools of Graphic Design and Art Education?
Between 2017 and 2018, I began a research project that culminated in my first publication, published by Skira and titled Dallo stile alla neutralizzazione (From Style to Neutralization), dedicated to an applied phenomenology of the visual arts. It is a bilingual volume conceived as a small abecedary that I both wrote and illustrated, in which I chose to analyze, also visually through drawing, numerous comparisons between modern and contemporary artists. I constructed visual correspondences capable of relating what I define as “proximate art” and “distant art,” ranging from Paolo Uccello to Marino Marini, from KAWS to Damien Hirst, from Ai Weiwei and Vito Acconci to many other protagonists of international contemporary art.
Even today, through what I call the “graphic trace of drawing,” I develop case studies that allow me to investigate aspects that words alone cannot convey with immediacy or in their full complexity. Working on this publication, a commitment that lasted approximately two years, was particularly meaningful to me because it allowed me to combine critical analysis with visual demonstration, re-establishing a conscious dialogue between text and image. I was also honored to receive a preface by Mark Gisbourne and to see the book published in both Italian and English editions.
This approach, which intertwines critical observation and iconographic exploration, substantially informs my teaching practice as well. Analyzing, for example, the semantic and social dynamics of fashion through the style of Virgil Abloh with students in the Fashion Design Master’s program, also in reference to the recent exhibition Codex at the Grand Palais in Paris, or examining Walter Crane’s illustrations in the course on Children’s Literature and Illustration, are exercises I introduce in the classroom as concrete research tools. This deliberately eclectic and transversal method aims to engage each student in their individuality, stimulating curiosity and fostering an investigative, attentive and critical attitude.
On November 9, regarding your participation in the exhibition curated by Stephen and Meredith Copland in Conzano, could you discuss your case study Hemorrhages of Pain, presented at MASA (Migration As Art Museum) at the invitation of the curators, as part of the exhibition Patrimony / Heritage, held under the patronage of the Australian Embassy in Italy?
In Hemorrhages of Pain, I analyzed the works of three contemporary artists: Shirin Neshat, Malak Mattar and Anish Kapoor. Despite differences in origin, generation and medium, these artists share a common internal tension, a poetic resistance against the oppressive structures of contemporary society.
Shirin Neshat portrays a veiled woman holding a child whose body bears ornamental wounds, juxtaposing these images with the statement: “It is time to call what is happening to girls and women in Afghanistan and Iran by its true name: gender apartheid.” In this case, pain becomes an aesthetic of resistance, and the veiled woman a manifesto of private subjectivity.
Malak Mattar, through works such as a hanging teddy bear, narrates the invisible trauma of Gaza. The symbolic object becomes a form of architecture of absence: the absence of empathy, recognition and protection. Her words accompany the image: “The genocide was not visible. What my family was going through was not recognized…”
Anish Kapoor, in collaboration with Greenpeace, transforms a gas platform in the North Sea into a visual scream against the climate crisis. Red pigment flows like an open wound across the industrial landscape, exposing the politics of indifference.
Together, these artists make the invisible visible, transforming pain into symbolic and political matter. My study proposes itself as a lucid diagnosis of a world that continues to bleed beneath layers of silence, questioning the role of art in representing suffering and resistance.
How has your appointment as President of AICA Italy influenced the contemporary art criticism landscape in recent years?
I do not consider it the task of the President of AICA Italy to influence contemporary art criticism. Rather, my role, like that of all members, is to serve as a space for listening, dialogue and discussion among critics who believe in exchange as a constructive form of the present. On one side stands the artist, and on the other often the curator or the dealer; in between lies the work of criticism, or the critic, which consists in examining the reasons behind the artistic act beyond pleasure, aesthetics or technical aspects. In this sense, the association’s task is to keep alive and vigilant the criteria of judgment and research applied to artists’ works, supporting a serious and conscious debate.
Could you describe the distinctive elements and curatorial choices that characterized the official participation of the Bolivian Pavilion at the 57th Venice Biennale?
The general edition of the 57th International Art Exhibition, curated by Christine Macel, was titled Viva Arte Viva, an enthusiastic expression of the contemporary artist’s position. Starting from this concept, I conceived the Bolivian exhibition by emphasizing the artistic act as a form of humanistic resistance. Art thus becomes a gesture that opposes the conditioning of power, particularly economic power, which risks compressing free and diverse expression, along with the identity of multiple cultures and ideas.
From this perspective, in which art is understood as a wager grounded in humanism, we reach the core of what drives artistic practice: the search for what it means to be fully human among humans, and the will to understand and defend the reasons that allow us to remain so, in freedom. “Essence” therefore becomes a concept to be sought and protected through the tools and language of contemporary art, with particular urgency in Latin American regions such as Bolivia, where many Western consumerist values have deeply intertwined with everyday life.
For this project, I had the pleasure of collaborating with Juan Fabbri, a highly talented Bolivian curator and anthropologist with Italian roots. His anthropological perspective and deep knowledge of the Bolivian cultural context enriched the curatorship, enabling us to construct an exhibition that was both rigorous and capable of conveying the vitality, complexity and resilience of Bolivian contemporary art.
