Claudio Pagliara alla direzione dell’Istituto di Cultura Italiana a New York, nuove attività per il 2026 fra storia, arte e cultura e tanto altro.

Claudio Pagliara alla direzione dell’Istituto di Cultura Italiana a New York, nuove attività per il 2026 fra storia, arte e cultura e tanto altro. A cura di Francesca Manari In che modo l’istituto di cui lei è ora a capo si rapporta con il contesto americano e il suo modo di vivere l’arte? crede sia diverso rispetto a quello italiano? Radicalmente è diverso, per una semplice ragione strutturale: gli Stati Uniti non hanno un dipartimento della cultura. II 99% dei bilanci delle istituzioni culturali qui sono fatti dai fondi privati.Nell’offerta culturale questo ha implicazioni perché: da una parte abbiamo la sfera pubblica, che ha bisogno di un consenso garantito, per cui tenderà a sperimentare di meno. Dall’altra parte la sfera privata ci tiene a legare il proprio nome a un qualcosa di grandioso.E sull’offerta culturale quest’ultima secondo me finisce per premiare, più di quello europeo, le eccellenze. Proprio perché, disponendo di ampie risorse economiche, è più incline al rischio. Lei ha lavorato per anni in contesti culturali e artistici internazionali. dopo secoli in cui l’Italia è stata protagonista nel processo di diffusione dell’arte e cultura nel mondo, crede che le cose siano cambiate? siamo forse in un momento in cui abbiamo bisogno di attingere dall’esterno? dall’America per esempio? lo sono profondamente convinto che l’Italia, in particolare le sue radici, rappresentino la linfa vitale dellacreatività che oggi ancora regna all’interno del nostro paese.Siamo molto fortunati: l’Italia detiene il più ampio “patrimonio dell’umanità” sancito dall’UNESCO come tale. È indubbio che essa continui ad essere un paese di grande creatività.Sarebbe opportuno evitare un rischio: quella della auto-referenzialità. È importante coltivare scambi reciproci con paesi diversi dal nostro. Lei è felice qui? percepisce questa forte cultura del lavoro o crede che ci sia la possibilità di sviluppare una felicità personale? Ammetto di aver avuto modo di sfatare questo grande “mito del lavoro” in più di un’occasione. Nel mioprecedente ruolo da corrispondente, ho condiviso lo spazio di lavoro con alcuni partner americani. Se noi della Rai lavoravamo anche nei weekend, ai miei colleghi statunitensi cadeva la penna allo scoccare delle 17. È vero che qui si lavora tanto, ma in maniera diversa, più concentrata. Di fronte al nostro motto italiano “andiamoci a prendere un caffè”, qui c’è un etica del lavoro decisamente più organizzata, anche se solo su quelle ore contrattuali. Cambiamo per un attimo argomento, passiamo al suo libro “l’imperatore. Donald Trump, l’alba di una nuova era”. ho trovato curioso l’accostare il nome del presidente alla parola imperatore. le chiedo: ha mai valutato parallelismi storici con imperatori passati che la rimandassero all’epoca attuale? Chiaramente il titolo ha sempre una esagerazione editoriale per ovvie ragioni. Ma c’è da dire che lo stessoPresidente ha spesso diffuso immagini di se con la corona indosso.Se ci pensiamo in fondo, l’America ha sempre avuto una visione imperiale di se stessa: è comunque un paese che ha dei valori di libertà, di democrazia, universali, meritevoli di diffusione.Il mio non è un libro che si schiera da una parte o dall’altra, al contrario mira a spiegare da dove viene ilFenomeno Trump.Senz’altro ammetto che fa piacere vedere un inquilino alla casa bianca che invece di mandare troupe in Iraq o Afghanistan, vuole che le armi cessino di crepitare a Gaza e Ucraina. Ha in programma iniziative nel 2026 che le va di anticiparci? Il prossimo anno la democrazia americana compirà 250 anni e la nostra partecipazione è imperativa. Metteremo in luce il contributo anche di idee, che l’Italia ha dato a questo paese: impossibile non citare figure come l’avvocato Filippo Mazzei, amico di Jefferson, il quale contribuì a scrivere l’emendamento più importante della costituzione americana, quello che sancisce le libertà fondamentale tra i cittadini. Inoltre, qui, a due passi dalla sede, troviamo il famoso Metropolitano Museum of Art, che organizzerà la più grande mostra su Raffaello mai creata prima, e noi in quanto istituto, collaboreremo con grande entusiasmo, attraverso convegni e incontri di dibattito.Non mancheremo insomma con tantissime altre iniziative tutte finalizzate a celebrare l’amicizia fra Italia e Stati Uniti, secondo me ancora oggi di fortissima potenzialità.

The Art of Building Bridges: Pagliara’s New York Mission

The Art of Building Bridges: Pagliara’s New York Mission by Carmelita Brunetti Director Pagliara, si e’ insediato da poco alla guida dell’Istituto Italiano di Cultura di New York: come vive questo nuovo e prestigioso incarico? Sono onorato che la scelta sia caduta su di me, e lo dico senza retorica. Essere stato selezionato tra tanti validi candidati mi obbliga a dimostrare di essere all’altezza di un incarico tanto prestigioso. Sin dal primo giorno ho messo la mia lunga esperienza di giornalista — che ha raccontato al grande pubblico televisivo alcune tra le aree del mondo più cruciali (Medio Oriente, Cina, Stati Uniti) — al servizio della diplomazia culturale del mio Paese. Ho mosso i primi passi come mia abitudine, mettendo tutto l’entusiasmo e l’energia di cui dispongo per la buona riuscita di questa missione. Lei ha una lunga esperienza come inviato in aree di conflitto. In che modo questo bagaglio professionale e umano influisce sulla sua visione e sul suo approccio al ruolo dirigenziale di una istituzione culturale? Ho una consapevolezza, frutto di conoscenza diretta, del ruolo “pacificatore” che svolge la cultura in tutte le sue forme. Quando è genuina, veicola valori universali, interpreta bisogni condivisi, crea ponti capaci di colmare fratture profonde. La cultura è anche conoscenza: un antidoto ai pregiudizi, al razzismo e all’odio, che si nutrono di ignoranza. New York è un crocevia globale di creatività scienza e innovazione. Come interpreta il panorama culturale e artistico della città e in che modo pensa di valorizzarlo per promuovere l’italianità attraverso i programmi e gli eventi dell’Istituto? L’Istituto opera in una metropoli che è ancora la capitale mondiale della cultura. Qui c’è tutto, e tutto al massimo livello. Questo ci impone di instaurare rapporti di collaborazione con le grandi istituzioni culturali di questa città. Una visione che ha già prodotto un primo, rilevante risultato: il prossimo anno, per la prima volta, cinque proposte musicali da noi promosse verranno inserite, nella sezione “Contributi di altri enti”, nel programma ufficiale del festival “United in Sound: America at 250” di Carnegie Hall. Per noi è una grande opportunità di promozione della musica italiana e, per l’Istituto, un’occasione senza precedenti per farsi conoscere da un pubblico molto più vasto di quello tradizionale. Come ci ricordava John Dewey, ogni vera esperienza apre la strada a nuove possibilità. Che la Sua guida a New York possa trasformare ogni incontro culturale in un ponte vivo tra i popoli, e che questo nuovo capitolo porti un successo duraturo alla voce dell’Italia nel mondo. Grazie Claudio Pagliara is the new Director of the Italian Cultural Institute in New York. Director Pagliara, you have recently taken the helm of the Italian Cultural Institute in New York. How are you experiencing this new and prestigious role? I am truly honored to have been chosen, and I say that without rhetoric. Being selected among so many strong candidates compels me to prove myself worthy of such a prestigious appointment. From day one, I have put my many years of experience as a journalist—bringing key areas of the world (the Middle East, China, the United States) to television audiences—at the service of my country’s cultural diplomacy. As always, I have taken my first steps with enthusiasm and all the energy I have, to ensure the success of this mission. You have extensive experience as a correspondent in conflict zones. How does that professional and human background influence your vision and your leadership approach within a cultural institution? I have a deep awareness—shaped by firsthand experience—of the “peace-building” role that culture plays in all its forms. When it is genuine, it conveys universal values, responds to shared human needs, and builds bridges capable of healing deep divides. Culture is also knowledge: an antidote to prejudice, racism, and hatred, all of which feed on ignorance. New York is a global crossroads of creativity, science, and innovation. How do you interpret the city’s cultural and artistic landscape, and how do you plan to enhance it to promote Italian culture through the Institute’s programs and events? The Institute operates in a metropolis that remains the world’s cultural capital. Everything is here, and everything is at the highest level. This requires us to build partnerships with this city’s major cultural institutions. A vision that has already produced an important result: next year, for the first time, five musical projects promoted by us will be included—under the “Contributions from Other Organizations” section—in the official program of Carnegie Hall’s “United in Sound: America at 250” festival. For us, it is a remarkable opportunity to promote Italian music and, for the Institute, an unprecedented chance to reach a much broader audience than ever before. As John Dewey reminded us, every true experience opens the way to new possibilities. May your leadership in New York transform every cultural encounter into a living bridge between peoples, and may this new chapter bring lasting success to Italy’s voice in the world. Thank you.

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